Critica & Media

I Corpi di Max Gasparini

Max Gasparini racconta il corpo con la lucidità di un anatomopatologo, per collocarlo in scenari fumosi e materici. Con acrilici, stucco e catrame, lavora su tela, juta, lamiere e cartoni.
Basi  dalla consistenza ruvida che spesso lascia emergere in superficie, dando al dipinto un aspetto consumato, roso dal tempo.
Alessandra Redaelli  Arte Mondadori

Il mito e la materia

di Alessandra Redaelli

Se si domanda a Max Gasparini con quale criterio sceglie, di volta in volta, di lavorare sulla lastra di metallo oppure sulla tela grezza, l’artista dà una risposta che, da sola, potrebbe spiegare tutta la sua poetica. Per certi versi la sua filosofia di vita.

Il metallo è freddo”, risponde, “la tela è calda”.

Una risposta apparentemente semplice e in realtà densa di tutte quelle implicazioni emotive, istintuali e anche alchemiche che fanno della pittura di Max Gasparini un percorso particolarissimo e intrigante.

Sul metallo – freddo – l’artista dipinge con minuzia di dettagli e con un’esattezza quasi fotografica corpi dall’impostazione e dalle proporzioni classiche. Ci sono Adamo ed Eva ma anche Dafne, Icaro cadente e un angelo ad ali spiegate. Il mito pagano e quello cristiano si incontrano e si mescolano, si sovrappongono e si confondono, insieme a streghe bellissime, di una grazia quasi patinata da fotografia di moda, impegnate in incantesimi dai quali non ci si vorrebbe mai svegliare. Una sensualità di fondo – vivida e palpitante – permea la scena, la scalda nonostante la gelida perfezione del supporto, intiepidisce quelle epidermidi lunari e sottintende un battito cardiaco, un sussurrato scatenarsi di passioni.

Ma come Gasparini ben sa, dove c’è vita c’è inevitabilmente morte, consunzione, trasformazione. E allora ecco che improvvisamente, a spezzare l’incantesimo, la materia si rivela intaccata da una misteriosa invasione brulicante, una marea montante che modifica le cromie, mangia i contorni, contagia visi e corpi divorandone i contorni perfetti. Sono ruggini, ossidazioni, violenti interventi sul supporto. Sono l’anima vera, profonda e pulsante di queste opere così impeccabili e al tempo stesso così sconvolgenti.

L’istinto è quello di passarvi le mani, di accarezzare con i polpastrelli quella bellezza delicata così ferita, sporcata, violata e tuttavia ancora vincente e intatta. La fascinazione dei lavori su metallo di Gasparini risiede proprio lì: in quel punto indefinibile – eppure evidentissimo – di equilibrio tra un senso innato per la bellezza classica e la dolorosa consapevolezza della distruzione. Opere come Argentum, dove il viso perfetto della ragazza appare devastato da una muffa mortifera, o come L’ange inconnu, dove un fiotto di sangue sembra sgorgare dai seni pieni della figura fatata, lasciano senza fiato. E ancora più straniante e spiazzante è la sensazione davanti a un lavoro come La vergine di Norimberga, dove il corpo femminile appare doppiamente negato. Prima da una cesura da parte a parte e poi dalla maschera di lamiera estroflessa arrugginita che nasconde il viso e ne cancella l’umanità.

Le tele ci propongono un discorso coerente, ma per certi versi diversissimo rispetto ai lavori su metallo. Resta l’innamoramento per la scultura e per le proporzioni classiche, resta quella cortina di ombre che, dai lati del quadro, pare pronta a conquistare lo spazio, a negare il soggetto. Resta anche in alcuni lavori – come lo sbalorditivo Anima mundi, dotato di una terribile forza primitiva – il sapore amaro della fine, dell’indagine autoptica, delle cicatrici indelebili. Ma su tutto aleggia come un calore costante. Una sorta di redenzione data da una materia calda e tattile, fortemente fisica. E per averne la conferma basterebbe avere l’occasione di vedere come Max Gasparini affronta la tela. Come se ne impossessa, la doma e la fa sua. Dapprima stendendola sul pavimento e lavorandola in piedi, come faceva Jackson Pollock, poi ponendosela di fronte, faccia a faccia, in una specie di duello. Segnandola a pennellate forti, a spatolate, graffiandola e ferendola con colpi secchi e sgocciolature che però non vanno mai ad intaccare la nitidezza del dettaglio. Con un procedere che non esclude sorprese, colpi di scena, improvvisi stravolgimenti che portano a un risultato “altro” rispetto a quello che inizialmente aveva programmato e tuttavia più suo, più istintivo e profondo. In una gestualità potente, febbrile, quasi una danza rituale. Che lascia poi, a lavoro finito, su quella tela, il segno indelebile della passione.

 

 

 

 

 

Max Gasparini casaresart maggio 2010

 

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